Giuda is Carioca

A buon intenditore / poche storie

Per una testa

Sulla Luna non ci ho messo più piede
e mi dispero e piango da dentro a dentro
che nessuno sente
meglio di me
il meglio di te

Sono le notti
tutte che ti sogno
e ho strane sensazione che frullano insieme i miei occhi
destro e sinistro
e non vedo più

pensieri che sembrano fili
mi cuciono al letto
vestiti di meraviglia

non è più tardi
e nuda marcio al 9
e mi abituo al freddo

di sottecchi guardo affianco
tutta di fiori senza profumi
La primavera
aspetta insieme a me

“il 9?” “sì”

E al posto del carattere

 

Hanno bruciato un motorino sotto casa questa notte
davanti la vetrina di un negozio

un magma lavico a forma di catrame
sotto i meno due di Milano

Non pensavo finisse così,
come quel motorino
appoggiato a fioriere di cemento
di soli fili e scheletro

Tu sei ancora tutta intera
e dico
bruciare almeno!

Che si veda bene dentro che c’è
tra fili, tende e qualche soprammobile
un cuore, un fegato, i polmoni
nemmeno l’ombra?

Ma ehi, quale carcassa scintillante!

Svuotare è semplice
come non trovare un complice

 

Di poco si tratta

Il mare lo vedi da dentro mai da fuori.

I fiori crescono tra i capelli, sotto il sole.

Come le dita tra le corde, come i piedi tra le corse.

Senti il loro vibrare dall’incastro delle unghie, nel nodo delle stringhe.

Sono le schiene curve tra gli 88 tasti del pianoforte che di vertebre ondeggiano tra il bianco e il nero.

Sono le gocce che cadono dal bordo della tromba, che libera il mare in fiato e note.

E’ il tuo star dentro e mai fuori che ti rende padrone dei momenti migliori.

 

E’ come l’estate

“Sarà Giugno.” E le ciglia a corolla profumano l’aria di verde.
“Lo si capisce dai tuoi occhi d’estate, che sbirciano tra i riccioli caldi di sole questa mattina.”
Mi dici toccandomi i capelli, che sento miei quando le tue dita li fanno suonare piano.
“Io i ricci li porto per sentirti.” dico.
E una canzone vola tra il pentagramma che disegni tra Porta Venezia e il mare.
Quando mi pensi si apre il portone al 27 e il vestito a fiori che ho scelto per me fa da prato al nostro non incontro che hai scelto per te.
Un bacio cade sui petali blu vicino al collo, e immagini i fili rossi che lo incorniciano.
Pensa se fosse vero.
E’ come l’estate.
I bordi, i fili, i fiori, li cucio di notte perché vengono da te.
Li sbircio tra i riccioli freddi di luna e li vedo che filano via, dagli scolli alle maniche tra le strade e il tuo pianerottolo.
Li lasci entrare e baci il blu.
Lo mandi qui, lui si sdraia e io lo cucio.
“Sarà Agosto.” E mi asciugo la fronte con le mani.
“Lo si capisce dalla tua pelle pazza di caldo tra i miei pensieri, quando ti sogno e lo sai.”
Mi dici asciugandomi le mani sulla tua camicia azzurra senza bottoni. Niente da chiudere, niente da aprire.
“Io le mani le darei a te per non asciugarmi più.” penso.
E infili in tasca le mie dita e un mazzo di Surfinie.
“Crescono ora. E’ questo mese, il mese giusto.”

Le forbici in piscina

Il fatto che splenda sempre nello stesso modo non vuol dire che la si debba guardare con lo stesso occhio. Aperto il destro e chiuso il sinistro.
Ruota. E qui lo è per davvero, sempre bellissima. Il fatto è che a guardarla ci si crede e ci si inganna.
Che si perde il tempo e si sale su pensieri che paion scialuppe, mentre il foro lo si vede dal momento in cui si pensa di usarla. Navigarla.
Perché si preferisce annegare con proposito che accettare in regalo qualcosa di integro.
Perché scegliamo con cura le pene e quasi mai le felicità, dov’è più semplice patire che impazzire di gioie.
Le conserviamo tutte in cassetti ben chiusi, sia mai esser felici di portarli al collo e sentir brillare la gola e luccicar le dita. Via nelle tasche a cercar malanni, quelle mani; che piuttosto che darle a qualcuno si nascondono sotto la fodera bucata del paltò, tra biglietti e ricordi senza scambi.
A cercar forbici in regalo per tagliar fodere e scialuppe. A sfoderare diamanti e rubini. Da dentro. Dai fori. Eh si!
Smaglianti come linee di luna sul fondo della piscina, quella dove non ti piace respirare ma restare. E’ che lì non ci si inganna ad occhi aperti.

Zic/ Zac.
Anche sott’acqua si sente il rumore.

Mai visto il Mar Nero?

Cade la chioma indipendente dalla fortezza della spalla destra popolata da sirene, dall’incavo del collo alla spina della scapola. Le punte si accendono come lumini tra le ciglia sotto il sole del terzo giorno. Lo vede che nasconde le pupille funambole dietro gli occhiali scuri mentre lei si pulisce dalla sabbia e dalle code che impazzano sulle guance blu.

Non la tocca mai. Ahi!

Mette i piedi nelle stesse orme e le trova ancora fresche.
E’ fortunato, si dice a Nessebar. E’ destinato, nel centimetro tenero tra la sabbia umida e l’ultima onda.

Sponda sicura. Sicuro?

Lo sente arrivare e si gira di spalle. Un balzo, si sdraia sul tetto coperto di sabbia e di stelle. Si dice che appoggia sempre il gomito sulla sua ombra alla parete di fianco, annegando le sirene tra le canzoni senza favori che a lui piace cantarle.

A voce bassa. A testa alta.

Perché si sente meglio quando si sente solo. Quando guarda basso e come un sasso lancia le mani sul mare per farle saltare, almeno tre volte per dire /Ne sono capace!/ 
Muove le dita con calma a cercarla tra le onde di moti e di versi. 
Riversa gli occhi a fessura e abbassa le lenti: /E’ un peccato di occhi chiari in tempi scuri. Di occhi scuri in temi chiari./
E si strofina il naso per non vederla più, per sentirla ancor più sua. Dal mare alla fortezza. Dalla sabbia all’oceano di occhi.
Via gli occhiali.
Nel cassetto senza sole della scrivania.

Primasvolta

Stava imparando a immaginarlo come un uomo senza gambe, intento a guardare l’orizzonte su un vascello ocra e blu. Come la nave che costruì suo padre in dimensioni da scrivania, sciogliendole i capelli e l’immaginazione tra i ponti e le vele di dieci centimetri.
Li tiene sempre legati e tutto è più in ordine.
Lui: vento veloce, bandiere di terre vicine e dita lunghe sullo stomaco.

Ma le gambe! Eh le gambe.
Le aveva perse un giorno, senza accorgersene.
E’ che a lui bastava guardarlo il tramonto, dalla prua alla poppa.
Pensava che fosse bellissimo.
Pensava che fosse la fortuna a tenerlo lontano. Era una fortuna non avere le gambe!
Lei no. Voleva toccarla la linea tra il cielo e la terra. Tra le dita e il suo stomaco.
La differenza è la sostanza, quella che resta.
Le storie d’amore le piace ascoltarle navigare solo nei racconti di vecchi marinai in libri troppo nuovi per esser veri. In terre lontane e su onde del mare più che tra il fluttui della sua vasca da bagno.
Ci sale. Li slega. Solo sulla nave di suo padre. L’unica su cui lo vede.
Si tocca le gambe, sistema i capelli, stringe i braccialetti e porta la fortuna con lei, in un tuffo da meraviglie verso le nuvole e giù tra gli abissi.
Sa che sarà così. Toccherà la linea rossa del sole alle sette in punto mentre lui stringerà le dita sullo stomaco e lo vedrà sparire quieto tra le trame dei suoi capelli. Allunga una mano, raccoglie l’elastico e ci lega i suoi.

Di Punta e Tallone

Un tallone e poi l’altro.
Solo sui ciottoli che si vedono al sole e sembrano d’oro.
Che male non camminare più in punta per farsi sentire.
Era la prima volta che sentivo l’aria che si infilava nella piazza.

Sembrava il 2013 invece era il 1930.

La via al centro si apriva al cielo e guardavo la chiesa che la chiudeva in fondo come se dentro ci avessi perso qualcosa.
L’hanno messa la tovaglietta blu a quadretti e la magnolia al centro. È così che la ricordo.
È dal 2013 che sapevano saremmo arrivati. Il caffè lo stanno preparando adesso. Come lo facevano nel 1930?

Le dita lunghe sul tavolo le ho viste dal primo tallone sul ciottolo al sole tra la chiesa e le tue ciglia. Continuavi a disegnare le ombre di quel pensiero e me ne sarei andata leggendo tra le righe. La tigre che ti cammina in gola non sembra cosa tua e scivola giù insieme alla saliva. Ti alzi e le dita le nascondi verso il basso. Guardo il centro tra le tempie e il tuo naso e penso di non sbagliare. Allora alzi un dito e segni un punto tra i miei occhi e so che è lì che vuoi andare.

Una Paloma (perché è così che vorrei si sentisse) fa uscire dalla tenda Bianca (perché è così che vorrei si chiamasse) insieme al nostro caffè, lungo 83 anni e ancora caldo. Allungo le punte dei piedi che si dimenticano dei talloni quando sono sopra i tuoi.

Sai perché si ricordano di noi? Per i piedi scalzi che di punta e tallone hanno sporcato d’oro tutta la piazza. Per questo aspettavano il tuo ritorno mentre tu aspetti il mio.

Verdeacqua

Guardo il telefono.
Le due del pomeriggio / le due della notte. Due.
Conte come dietro gli alberi da bambini ora sono le gambe di queste tavolo. Quattro. Si è liberato per noi dietro una vetrina da negozio, ma noi siamo in un bar. Al Ventisette. Ci capita sempre di aver fortuna.

Una striscia verde acqua nel tuo occhio destro.
L’accento sulla E distrae i ritmi estetici del mio sguardo e lo sposto da te e penso che sei come la E.
Perfetto con quell’accento sulla testa.

Il cameriere con camicie da sogno ci separa dal nostro marciapiede di fiducia e una zuppa/ un panino, si! Grazie! Come la mattina, come la notte è lo stesso cameriere e le sue camicie che ci prepara per il viaggio. Lui lo sa? Vorrei dirgli che è lui. Vorrei dirgli che sei tu. Che non aspettavo. Che mi aspettavi.

Le abbottona sempre fino all’ultimo occhiello per paura che la sua voce si infili tra i nostri, tutti aperti. Guardi se è lui. E’ lui che lascia le immagini delle trame di cotone addormentarsi sulla pelle mentre noi ci capiamo. Alle due del pomeriggio di un venerdì in cui niente sembra dire: E’ giugno. Il giugno di prima, quello delle conte. Quello con te. E guardo oltre l’accento che ti accarezza i capelli come le mie mani alle due di notte e mi accorgo di cosa non ha ceduto al rancore.

Gli sguardi. Le mani. Gli accenti.
Tre.

Oh! meu amor.

Come mi sei mancato.
In nessuno dei giorni che non ho contato ho sentito la tua mancanza. Nessuno dei miei pensieri ti faceva capo. Non ricordo niente di te. Non ho lasciato alcuno spazio per le tue rovine.
Le mie non si sono rovinate e me ne accorgo. Il mio castello senza sabbia è rimasto intero ed è da qui che continuo a guardarlo, il mare.

La sera hai preso tutte le cose e le hai messe sulla barca. Tu sei salito sull’altra. Quella vuota, più leggera per andare lontano.
Io guardavo tutto dal balcone su cui mi sono accomodata, nell’attesa scalpitante dell’osservazione.
Tu sei scomparso. Veloce senza raggiungere l’orizzonte. Al buio e senza linee preziose a disegnare la scia. Che dispiacere per il tuo cuore senza porte, che si è visto bloccare anche l’unica che aveva provato a costruire.

Cambio traiettoria e pian piano, nel mezzo del mare la vedo. Piccola, carica e splendente. E’ lei. Prendo il cannocchiale e faccio veloce prima che si allontani ancora. Ci guardo dentro e mi accorgo che sono passati mesi. Mesi di navigazione verso il sole.
Mi lacrimano gli occhi per la meraviglia. Mi lacrimano gli occhi.

Ho aperto bene la pupilla e ne ho staccato un pezzetto, senza che mi accorgessi di dare tanto. Perché continuassi a vedere. A vederci bene come in quei giorni, dove solo le cose che hai costruito sono rimaste. E la barca si è fatta pesante, piena e viva.

Sai, perché non lo sai, la barca sulla quale non salisti naviga con calma, bella e luminosa e la barca sulla quale sei salito, io non la trovo più.